DEDICATO A JIM DINE

"I cannot paint about nothing. I cannot make work about nothing. I would be lost if all I had was an empty room". 

“Non posso dipingere sul nulla, non posso fare un’opera sul niente. Sarei perso se tutto ciò che avessi fosse una stanza vuota”

Jim Dine

 
 

Con diamantina semplicità l’artista ha dichiarato di immaginarsi impotente al di fuori dell’ambiente dal quale trae nutrimento. A riprova di questo, innumerevoli indizi collegano le sue opere al resto del mondo: strumenti di lavoro, abiti senza tempo o alla moda, statue e pitture antiche, maschere, personaggi immaginari, compositori… 

Saldati in lavori che sono l’espressione di un individualismo assoluto, questi indizi svelano eredità, influenze, impressioni, scambi… ricevuti, di volta in volta, alla ricerca di un'identità, per appartenenza generazionale, per desiderio di espatriare, per curiosità, per caso...  attingendo alle fonti originarie, ma anche, per ammissione dello stesso Jim Dine, alle varianti e alle manipolazioni attraverso le quali storie, immagini e suoni si diffondono e si tramandano. 

A questo artista colto, disponibile all’incontro e consapevole delle dinamiche della trasmissione culturale, abbiamo voluto dedicare un programma di conversazioni, concerti e performance. Articolato, inizialmente, in una serie di accadimenti da distribuire nell’arco temporale della mostra, lo presentiamo ora in forma diversa. Le conferenze che si sono già tenute, si possono rivedere e riascoltare. Mentre i concerti e le performance sono stati rimodellati dai loro autori che li hanno trasformati in qualcosa di diverso per il web.
 


 
 
   Jim Dine, A Thin Kindergarten Picture, 1974. Centre Pompidou, Musée national d’art moderne-Centre de création industrielle, Paris. Dono Jim Dine 2018. Foto © Centre Pompidou, MNAM-CCI /Dist. RMN-Grand Palais/Audrey Laurans 

 
GLOSSARIO DEDICATO A JIM DINE

un progetto dell'Azienda Speciale Palaexpo e dell'Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani - Treccani Arte

 
Osservando la quantità di oggetti che si incontrano nelle opere di Jim Dine e la diversità di tecniche impiegate dall'artista, abbiamo pensato di stendere un glossario.

L'idea era quella di ritrarre la mostra - come in un'istantanea - attraverso una lista di lemmi ricavati dando un nome a tutto quello che vedevamo.

vai al glossario

 
 
 

 

CONFERENZE

Entrambe le conferenze che si sono tenute durante il primo mese di apertura della mostra, hanno offerto spunti e dati per rintracciare la presenza di un tessuto connettivo attraverso il quale guardare all’opera di Jim Dine.

Prendendo spunto da uno dei dipinti esposti, British Joys (A Picture of Mary Quant) del 1965, sulla cui tela è appeso un abito della stilista di culto della swinging London citata nel titolo, Clara Tosi Pamphili rintraccia i legami intercorsi negli anni sessanta tra arte visiva, musica, moda, rivolte sociali e mercato.  

Claudio Zambianchi nella sua conferenza conduce l’analisi sull’impiego degli oggetti nell’opera di Jim Dine, 

facendola precedere da un’indagine su Jasper Johns e Robert Rauschenberg, autori con i quali Dine ha condiviso scelte significative e temperie culturale.

 

CLARA TOSI PAMPHILI | LA MINIGONNA DI MARY QUANT: L'INIZIO DELL'ANTICONFORMISMO NELLA MODA

Negli anni della travolgente onda della contestazione anche la moda porta con sé cambiamenti radicali che vanno dalla crescente attenzione per i diritti umani al multiculturalismo. Mary Quant intuisce la forza rivoluzionaria di abiti semplici, utilizzando, come nell’arte Pop e nel New Dada, materiali quotidiani e cultura popolare in modo divertente e serio al tempo stesso. Clara Tosi Pamphili introduce alla moda degli anni Sessanta che in contrasto con la società adulta, consumista e guerrafondaia, ha espresso un abbigliamento infantile, androgino e battagliero. La conferenza si è tenuta il 27 febbraio 2020.
 

 
 

CLAUDIO ZAMBIANCHI | IL "PARTITO PRESO DELLE COSE": GLI OGGETTI NELL'ARTE DI RAUSCHENBERG, JOHNS E DINE

La conferenza di Claudio Zambianchi del 20 febbraio 2020 esamina il ritorno alla concretezza dell'oggetto quotidiano nell'arte americana degli anni Cinquanta e primi Sessanta, che prende le distanze dall'astrazione di Jackson Pollock e compagni, e si mantiene al di qua dell’immaginario massmediatico dell’arte Pop. Come per Robert Rauschenberg e Jasper Johns, anche per Jim Dine le cose di ogni giorno offrono l'occasione per un sofisticato esercizio intellettuale, dove le riflessioni sull'arte, lo spazio e il rapporto con il pubblico si uniscono all’esercizio della memoria, all'autobiografia, al senso del tempo che passa.