CARMELO BENE | MACBETH HORROR SUITE

“Macbeth è l’auto spavento, è l’inferno del corpo amplificato dai resti della parola–suono masticata e vomitata, è il Grand Opera, è la tragedia della colpa, del vuoto, del buco nero interiore della macchia di sangue che è l’anima invisibile... perché siamo di fronte al mistero dell’inesprimibile, quindi del non essere, dell’attore, lo ripeto come macchina attoriale amplificata, tanto che nel momento in cui tutto appare più chiaro nei particolari perde senso e significato per acquistarne un altro”.
 
Nella prima versione andata in scena nel 1983, uno dei temi portanti della messa in scena riguarda un gesto, poi ripetuto anche nella seconda versione del 1996, in cui Bene–Macbeth, liberando il suo braccio dalle bende, scopre con l’approssimarsi della fasciatura alla carne viva che la macchia di sangue, stranamente, rimpicciolisce: ferita era la benda non il braccio! L’attore macchina scopre il suo essere di finzione e a un livello più sottile che il suo corpo è fatto di un linguaggio che informa la macchina del suo proprio dolore. Nel Macbeth Horror Suite il tema del corpo macchina si radicalizza nell’idea di una originaria appartenenza e aspirazione del corpo alla quiete, all’inorganico. La macchina nel rifiuto all’agire, al patire, al gestire, al muoversi, tenta nella sua irrequietezza di rifiutarsi di pervenire all’essere. Si tratta di un corpo in attesa di essere forgiato, in ascolto del suo fabbricante: ascolta i versi naturali del linguaggio animale, come il canto del gallo e prende, inconsapevole, a imitare i suoni, i rumori e i versi del Reale: rutti, peti, sibili del vento, tuoni fulmini... L’attore è scosso da un sistema di segni linguistici che lo precedono, che tentano di individuarlo entro una selva di significanti da cui è agito. Si tratta di portare in scena una lotta primigenia in cui la macchina, nel tentativo di dar seguito al suo voler significare, si rappresenta in una sconfitta a priori, poiché, come amava ripetere Bene sulla scorta del pensiero dello psicanalista francese Jacques Lacan: il significato è un sasso in bocca al significante.