MICHELE ABELES

Michele Abeles

 

In una serie di fotografie in studio dal titolo "Re:Re:Re:Re:Re:" Michele Abeles organizza le sue composizioni utilizzando intenzionalmente goffi accenni formali alle "nature morte" di tipo pubblicitario: illuminazione marcata, set originali, fondali dai disegni vivaci e risoluzione impeccabile. Il risultato sono fotografie piene di piccoli difetti compositivi: ombre scure, tagli bruschi, fondali sghembi, superfici troppo riflettenti, parti del corpo irrelate e abbondanti gelatine colorate che semplicemente rivelano tutto l'armamentario dei trucchi del fotografo. Abeles impregna di un acuto senso di instabilità il genere stereotipato della natura morta, come se si rifacesse ai collage del Cubismo sintetico costellati però da oggetti di cattivo gusto "made in China". L'artista rende oscuro il soggetto di questa serie, che in un primo momento sembra essere uno studio sul nudo maschile. Eppure le figure risultano sempre più rifilate, smembrate e nascoste fino a recedere, in senso letterale e figurato, in secondo piano.

Le prime esperienze di Abeles nel sovvertire soggetti e generi sono avvenute rigorosamente attraverso la macchina fotografica, grazie all'uso delle tecniche della fotografia in studio. Dal 2012, invece, il suo lavoro riflette un totale accoglimento della tecnica digitale. Caratteristici di questa produzione sono caotici frammenti di immagini che si sovrappongono e si incrociano l'uno con l'altro, ammassati strato su strato e costruiti come file digitali. Sfruttare il vasto e infinito spazio-immagine del motore di ricerca Google non è l'obiettivo di Abeles, piuttosto l'artista costruisce queste fotografie come un collage assemblato a partire da copie parziali di sue fotografie precedenti.

In Flag Flag Flag, 2013, opera presentata per "Empire State", possiamo individuare scampoli di almeno altre cinque fotografie dell'artista: il motivo della corda bianca su sfondo rosa chiaro di Not So Optimal (2012); il tessuto per mute da sub di Pitcher, Paper, Arm, Scuba, Lycra (2011); un frammento ancora più piccolo del paesaggio digitale di # 4 (2012), e la carta rigata e numerata presente in una serie di fotografie a partire dal 2010. Quest'opera nasconde al suo interno anche puri e semplici gesti artistici: un veloce disegno di Abeles dell'icona di un software di DVD-ripping noto come MacTheRipper, e un ritratto di Joan Jonas in vernice rossa su vetro trasparente che l'artista ha tratto da un'inquadratura del video di fantascienza dello stesso Jonas del 1984 intitolato Double Lunar Dogs.

Flag Flag Flag - una libera variazione delle tre celebri tele sovrapposte di Jasper Johns - non è più una bandiera decostruita, ma una fusione di segni e significanti che oscillano in sospensione, implodendo all'interno di un mondo digitale, e che ricorda l'esperienza scombussolante di passare rapidamente da un'applicazione all'altra di un computer, o di scivolare da una schermata all'altra dell'iPhone. Come nei giocosi esperimenti che hanno caratterizzato le sue opere precedenti, anche qui i colori sono sgargianti e in contrasto. A sinistra, visibile attraverso una sovrapposizione di puro bianco, è una fotografia di repertorio scaricata dal web che porta impresso un watermark creato dall'artista. Inquietanti contrasti tra luce e ombra sovvertono il confine tra figura e sfondo.

Flag Flag Flag è qui nella sua edizione completa composta da cinque copie, ciascuna appesa con una leggera inclinazione in senso antiorario, come a suggerire che la serie pende da invisibili aste di bandiera. Esporre in una sola volta tutte e cinque le identiche copie contraddice con un'immediata sovraesposizione la qualità empirica delle fotografie in studio di Abeles. Il fatto che l'immagine ripetuta sia composta da fotografie precedenti rafforza questo atteggiamento di ambivalenza nei confronti di un mercato rapace e reificante. Il risultato è un nuovo senso di trasparenza, in cui le visioni diventano fratturate, sovrapposte e confuse, e copie di copie nutrono nuovi originali, rivelando un senso più profondo delle complessità dell'esperienza visiva.

 

Tina Kukielski