RENÉE GREEN

Renée Green

 

Gli imperi dell'era moderna hanno utilizzato in modo strategico il potere delle mostre d'arte per mettere in scena rappresentazioni di regime travestite da esperienze culturali. Nei musei e nelle sale espositive, le mostre sono luoghi destinati alla riproduzione di narrazioni autorizzate e di consenso: l'imperativo è controllare i simboli e reprimere l'interpretazione, per raggiungere la totalità attraverso la chiusura e la strumentalizzazione. In casi estremi, le mostre "politiche" sono esperienze architettate per materializzare emozioni mediante il rafforzamento di miti stabilizzanti e di una storicità in frantumi. Arte, manufatti, materiale d'archivio e mise-en-scènes storiche sono impiegati in modo sommario per definire le narrazioni dominanti.

La pratica artistica di Renée Green si oppone a una simile preclusione e rappresentazione della storia offrendo zone euristiche che aprono nuove potenzialità, al crocevia tra cultura, discorso e istituzione. Ampliando le idee dell'arte concettuale in merito alla riconfigurazione radicale della materialità dell'arte e al confronto con l'autorità istituzionale, Green propone siti di scambio rigorosamente decentrati che coinvolgono la lingua in rapporto con le forme visive.

Nell'ambito di una mostra, il lavoro di Green mira a stabilire uno spazio soggettivo, che è parte dell'ambiente circostante sia in senso autonomo che costitutivo. Per Documenta 11 l'artista ha presentato l'opera del 2002 dal titolo Standardized Octagonal Units for Imagined and Existing Systems (S.O.U.s): otto strutture ottagonali indipendenti, diverse per contenuti e design, collocate su tutta la superficie dell'Auepark di Kassel. Ogni unità aperta conteneva elementi sonori e sedute che creavano per il fruitore un'esperienza percettiva empirica ma al tempo stesso evocativa di luoghi immaginari. Secondo Green, le unità esistono "come zone quasi autonome, influenzate dall'ambiente in cui sono inserite, che al tempo stesso offrono strutture separate per la percezione, sia reale sia metaforica".

Allo stesso modo la serie "Space Poem", costituita da bandiere appese al soffitto con sopra alcune scritte, utilizza il luogo e la situazione espositiva come una realtà da superare. Frammenti di frasi evocative, nomi, poesie, etichette e immagini sulle bandiere fungono da meta-riferimenti che l'osservatore/lettore deve attivare - una sorta di collegamenti ipertestuali verso altre possibili identificazioni, storie ed esistenze. Green non usa la bandiera come mezzo per affermare un messaggio, lo considera piuttosto una matrice interpretativa, fonte di accesso alle informazioni e all'immaginario.

 

Completamente all'opposto di questo aperto scenario, la "Mostra della Rivoluzione fascista", presentata nel 1932 al Palazzo delle Esposizioni (la stessa sede di "Empire State"), dimostrò come la storia, la rappresentazione e la produzione artistica venissero inserite sotto il regime di Mussolini in un'esposizione celebrativa di sintesi culturale totale. Oggi, sotto l'egemonia del capitalismo globale, tendenze del medesimo imperativo totalizzante persistono nel potere rappresentativo delle mostre. Come afferma Green, è importante "osservare i numerosi collegamenti tra le cose, e percepire l'enormità e la complessità possibili, che negano la possibilità di trasmettere qualsiasi idea in uno stato di isolamento".

 

Howie Chen