RYAN SULLIVAN

Ryan Sullivan

 

Ryan Sullivan porta l'eredità dell'astrazione fino al limite della negazione. Se a prima vista il movimento viscerale delle sue grandi tele sembra avere qualche tratto in comune con un nuovo espressionismo, esso riguarda invece la natura dell'immagine. "Natura" è una parola chiave per descrivere le tele di Sullivan, dal momento che esse spesso evocano fotografie aeree di deserti e canyon o, per i più fantasiosi, il panorama di qualche pianeta sconosciuto.

Se l'espressionismo richiede tipicamente un gesto aggressivo, l'opera di Sullivan è invece il risultato di un'esecuzione delicata, una pratica governata da equilibrio e fragilità. Il pathos è sostituito dalla forza controllata, dalla pazienza e dall'equilibrio. Attraverso una tecnica particolare che richiede un lungo tempo di lavorazione - quasi a ricordare il pesante movimento delle placche tettoniche lungo le faglie - l'artista versa vernice acrilica, lattice e cera, che lentamente si spostano e si modificano man mano che l'esperimento procede. I suoi dipinti non si limitano a seccare, avvizziscono. Le crepe, che rivelano le differenze di densità ed evidenziano la forza di gravità attivata dai movimenti dell'artista, sono ciò che rende stupende queste opere: una bellezza che deriva dalla loro esistenza conflittuale, al tempo stesso monumentale e fragile.

Per questo motivo l'opera di Sullivan potrebbe essere paragonata a quella di Alberto Burri, il quale,  nativo di Città di Castello, cominciò a dipingere nel 1944 in Texas, quando era prigioniero di guerra. I primi lavori di Burri sono come paesaggi sventrati i cui squarci ricordano la pelle suturata (aveva studiato medicina e durante la guerra prestò servizio come chirurgo). Al contrario, il lavoro di Sullivan ci ricorda che New York non è né il Texas né Città di Castello, e la pelle dei suoi quadri conosce la guerra solo alla lontana. La sua tavolozza riflette un tipo di natura che è profondamente artificiale e inequivocabilmente urbana. L'artista è molto sincero su questo aspetto del suo lavoro: nel 2012 la personale di esordio alla Maccarone di New York era accompagnata da una pubblicazione senza titolo (realizzata in collaborazione con An Art Service), che non conteneva né testi, né riproduzioni delle opere in mostra, ma presentava invece le fotografie scattate dall'artista con l'iPhone agli angoli luridi di New York, laddove vari liquidi erano stati rovesciati e lasciati lì in terra così a lungo da diventare le muse dell'artista.

L'artista appartiene a una generazione di pittori che hanno come sede principale New York e che rifiutano rappresentazione e figurazione per concentrarsi sulla pittura come oggetto. Per questi artisti, la tela è "semplicemente" un oggetto a tre dimensioni fatto di legno, tessuto, chiodi e colori. Nell'ambito di questa analisi chirurgica della realtà, la posizione di Sullivan è peculiare e unica e si colloca tra i sacchi iconici di Burri, i tagli di Fontana e le tele strappate di Steven Parrino.

 

Nicola Trezzi