VIRGINIA OVERTON

Virginia Overton

 

"Nel mio lavoro uso molto le forze dell'equilibrio e del bilanciamento" ha dichiarato Virginia Overton, e spesso quest'affermazione è da intendersi in maniera assolutamente letterale, dal momento che gli assemblaggi scultorei dell'artista implicano di frequente improbabili atti di sospensione. In un caso, alcuni piedistalli sono schiacciati insieme per creare una sorta di ponte compresso, sospeso tra pareti della galleria. Altrove, un foglio piegato di lucido metallo si incunea tra i rami degli alberi, apparentemente pronto ad aprirsi se non fosse ben legato. O una sedia capovolta, con i piedi piantati al soffitto, sostenuta da un lungo pezzo di legno tenuto in posizione solo da una cinghia a cricchetto fissata in alto sopra la testa dell'osservatore. Alla luce di quanto detto da Overton, tali sculture possono evocare la serie "Equilibres" realizzata da Fischli e Weiss nel 1984-1987, anche se con l'aggiunta di una svolta riflessiva. Si tratta di oggetti comuni rivisitati con un senso quasi antropomorfo del gioco, eppure, a differenza di quella serie fotografica, essi espongono senza difficoltà i semplici meccanismi - anche i più piacevolmente rozzi - che ne permettono l'assemblaggio.

 

I presupposti alla base della costruzione delle sculture di Overton sono molto meno immediati di quanto suggeriscano le opere finite, in primo luogo perché la loro realizzazione di solito avviene nel corso di lunghi periodi di tempo. Overton spesso trascorre settimane intere presso la sede di una mostra, esplorando i ripostigli della galleria e i dintorni alla ricerca di oggetti da integrare nelle sue sculture. Questa procedura mette in luce non solo i materiali, ma anche l'atmosfera di un luogo, o meglio la storia che in maniera tangibile è impressa all'interno dei materiali stessi. "[Lascio che] l'opera agisca come rivelatrice della propria storia [...] [esplicitando] i modi in cui i materiali sono stati utilizzati", spiega l'artista. Qui risiede l'aspetto più complesso della pratica di Overton, che da un lato accenna al carattere canonico e nominale della scultura post ready-made: "In realtà", afferma senza mezzi termini, "l'arte consiste solo nel riorganizzare la materia e nel dichiarare che si tratta di 'arte'". D'altro canto, il carattere "storico" del suo lavoro tende a intaccare il significato stabile di questa distinzione (o il valore inequivocabile della sua dichiarazione). Infatti, mentre alcune sculture di Overton sono immediatamente interpretabili entro le sfaccettature del Minimalismo come opere basate sul processo, altre - e tra queste i suoi furgoni parcheggiati, in maniera onnipresente in situ e fuori, durante le mostre - quasi scompaiono all'interno della topografia vivente del loro contesto, e si distinguono non tanto in virtù del loro essere apparentemente ripensate come opere d'arte, quanto perché non vengono utilizzate per tutta la durata di una mostra.

 

In questo senso, si è tentati di ampliare l'affermazione di Overton in merito a equilibrio e bilanciamento, accogliendo una forza metaforica che accompagna la creazione di ogni istanza materiale. In effetti, forse sarebbe più opportuno accostare il suo lavoro a un'altra opera di Fischli e Weiss dal titolo The Way Things Go (1987), un film in cui gli oggetti sono attivati e mostrati mentre si dispiegano all'interno di un meccanismo specifico, allontanandosi costantemente dal loro status articolato - in equilibrio tra diversi usi, ma solo per un momento.

 

Tim Griffin


Tutte le citazioni dell'artista sono tratte dall'intervista con Mai-Thu Perret pubblicata in Virginia Overton: Deluxe, a cura di Rachel Bohan, The Power Station, Dallas 2012, p. 65.