PIER PAOLO PASOLINI. TUTTO È SANTO. IL CORPO POETICO | LE SEZIONI TEMATICHE DELLA MOSTRA

 
VOLTO – Le persone sono santi

Nei film di Pasolini compare per l’ultima volta il volto dell’uomo, prima del tramonto definitivo di facce e visi, immolati alle esigenze dello spettacolo e all’imposizione degli stereotipi di una società̀ in cui l’unica ansia è presentarsi e farsi vedere sani e salvi: modello borghese, di consumo e igiene e benessere, non ammette opposizioni.

In questa sezione si trovano alcuni filmati di Pasolini in diverse fasi della sua vita e del suo lavoro: il modo di parlare, oltre al contenuto del suo discorso, rende in poche battute la forza barbara ed estrema della sua posizione poetica e politica. Un importante corpus di fotografie legate a diversi momenti e diversi fotografi – da Tazio Secchiaroli a Sandro Becchetti, Jerry Bauer, Giuseppe Pino, Dino Pedriali, Ugo Mulas, Mario Tursi, Angelo Novi – ci restituisce il volto di Pasolini, nelle sue espressioni, nelle sue pieghe, nelle sue parti, come una vera e propria incarnazione della poesia.

 

DILEGGIO – Il linguaggio dei padri

Pasolini e il suo corpo come offesa al genere maschile e sgomento per l’identità sessuale di una comunità. Gli innumerevoli procedimenti giudiziari che per 25 anni hanno fatto di Pasolini un ostaggio della magistratura sono stati accompagnati da una quotidiana operazione di dileggio e derisione, su giornali, riviste, cinegiornali, volantini. La lingua del disprezzo e dell’odio ha come bersaglio l’omosessualità del poeta: una diversità che offende la tradizione italiana, la famiglia, l’altare, e che minaccia, “insidia”, i figli maschi. Il dispetto e il rancore sono probabilmente alimentati non soltanto dalla notorietà pubblica, ma anche dal fascino maschile di Pasolini, dalla sua indifferenza allo stereotipo dell’omosessuale che, pure, senza remore, dichiara di essere. Al centro di questa sezione, le Note psichiatriche del professor Aldo Semerari affermano, con presunzione scientifica e ipocrisia paternalistica, che “Il Pasolini è uno psicopatico dell’istinto”.

 

FEMMINILE – Il sacro che ci è tolto

La donna come appartenente a una “razza sacra” che assume su di sé il dolore dei millenni, fatto di esclusione e pregiudizio, irrisione e demonizzazione. La madre Susanna, Giovanna Bemporad, Laura Betti, Anna Magnani, Silvana Mangano, Maria Callas. Per Pasolini il femminile è una possibilità di libertà. Le donne di riferimento sono soggetti che non siano né madri di padri né figlie di padri e che, in una maniera o nell’altra, portino i segni dell’insofferenza e del non addomesticamento al modello patriarcale. Ogni assenso al potere e alle sue benedizioni è vergogna, e proprio per questo ognuna di loro è votata al non-adattamento e alla disperazione. Sarà Elsa Morante a insegnare a Pasolini la sacralità di questi corpi carichi di secoli di oppressione che niente, nessuna emancipazione, potrà cancellare, né basterà a riscattare.

In questa sezione, un originale del Manifesto femminista, e il testo di Carla Lonzi dedicato a Pasolini, “fratello proibito”.

 

ABITI – I costumi del corpo

Così come l’oggetto-libro si fa incarnazione della parola, l’abito, il costume per l’attore, è lo strumento potente di narrazione fra storia e corpo, fra la parola e la costruzione della sua rappresentazione: la scheda delle misure di Cristo per Enrique Irazoqui, nel Vangelo Secondo Matteo, ne è prova/reliquia, l’estrema espressione dell’"In verità vi dico…".

I costumi dei film di Pasolini realizzati da Danilo Donati sono in mostra come si trovano nei magazzini che li conservano, come testi da consultare e non da indossare, come opere dell’archivio di un museo dedicato al suo cinema. Solo due sono su manichino, di Piero Tosi per Medea e per Chirone che, al contrario degli altri, sono opere scultoree che non consentono un contatto, impongono una distanza come dal sacro o dal mito. L’abito appeso è documento anch’esso e, come gli altri cartacei e visivi, spiega che la mostra invita a guardare sia con gli occhi che con gli altri sensi: la materia portatrice di odori corporali, la forma che esalta il movimento del povero e l’immobilità del ricco, prigioniero di ciò che possiede. La follia artistica di Donati riuscì a materializzare la sua idea di bellezza lontana dal consumismo borghese della produzione industriale, per cui ogni pezzo era un unico esemplare: il lavoro manuale dell’artista-artigiano impediva la riproducibilità.

Questa sezione è co-curata da Olivier Saillard.

 

VOCI – Di popolo e di poeta

Prima di essere portatrice di un linguaggio e dei suoi significati, la voce è un’espressione del corpo.

La perdita più grave è l’omologazione della lingua e della musica; una forma di controllo del potere sui corpi, fino all’imposizione commerciale della musica “leggera”.

In questa sezione incisioni discografiche di canti popolari, dei canti dei lavoratori, dei canti dialettali, dei canti rivoluzionari e di protesta, registrati e raccolti negli anni ’60 e ’70, attestano un patrimonio immenso che si è inabissato. Qui sarà presentata tutta la produzione sonora e musicale di Pasolini: le incisioni discografiche in 33 e 45 giri della sua voce e delle sue canzoni e musiche, oltre ai libretti di sala e alle immagini degli spettacoli di Laura Betti, Sergio Endrigo, Domenico Modugno, Gabriella Ferri ecc.

L’intrattenimento è uno dei dispositivi più offensivi e sprezzanti, e al contempo uno dei più efficaci, nella trasformazione dei cittadini in sudditi. Apparecchiare spettacoli e feste, canti e incantamenti, dagli anni Cinquanta del Novecento, diventa una macchina industriale che, mediata dall’apparecchio televisivo, fa passare le sere sul divano a guardare l’allegria e a parteciparvi sorridenti («Mia madre e mia zia sono tra i dannati che vedono la televisione tutte le sere», scriverà da lì a pochi anni Pasolini).

 

In mostra Canzonette, un vinile realizzato espressamente da Bomba Dischi, in collaborazione con GUCCI, sponsor del progetto, con Ariete, Franco126, CLAVDIO, Giorgio Poi, POP X & Giacomo Laser che rendono un omaggio alla musica scritta e amata da Pasolini.

 

PARTITELLA - La vera Italia, fuori dalle tenebre

La partitella del Trullo è una visione di Paradiso. Pasolini immagina che, scendendo da Monteverde e facendo la Portuense, per le strade cotte dal sole, arrivi fino al Trullo e qui si senta chiamare: "Fermate a Pa’, dà du' carci co' nnoi!". Nel cuore della borgata inizia la partitella, e tutto si trasfigura in un sogno d’amicizia: a giocare e a guardare sono i suoi amici, critici, narratori, poeti della Roma degli anni ’50 e ’60: i vivi e i morti, in difesa o all’attacco; in campo o a fare il tifo.

«Chi ha detto - si chiede Pasolini - che il Trullo è una borgata abbandonata? / Le grida della quieta partitella, la muta primavera, / non è questa la vera Italia, fuori dalle tenebre?»

Una intera sala sarà dedicata a questa partitella, con le foto di Pasolini giocatore, e tutta la “squadra” – da Moravia ai Bertolucci, da Dacia Maraini a Ungaretti, da Fabio Mauri a Laura Betti, da Roberto Longhi a Ingeborg Bachmann – sognata.

 

ROMA – La città in strada

Pasolini a Roma non scopre Roma ma scopre la gente di Roma, e scopre uno spazio nomade contrapposto a quello ingabbiato nella griglia del controllo sociale e politico. Le periferie sono il luogo barbarico che precede la “civiltà” borghese: luogo vibrante, odoroso, sonoro, vitale, mistico, popolare; segnato dalla gioia della festa.  Il modello urbanistico di Pasolini è popolare: il suo centro è la strada, i suoni, le urla e la puzza, tutto ciò che la borghesia odia: essa non tollera più né la pressione della folla né il contatto con il popolo: tutta gente da igienizzare con i detersivi e da “ripulire” attraverso l’emancipazione economica. Ci penserà Carosello, ci penseranno i messaggi pubblicitari a deodorare e profumare, cioè non soltanto a togliere gli odori forti del popolo, ma soprattutto a connotare negativamente quegli odori, su cui invece Pasolini insiste, come segno di autenticità e di sensualità.

 

ROMA – Complice Sodoma

Dopo i fatti di Ramuscello del 1949 (l’imputazione di atti osceni in luogo pubblico e di corruzione di minore e l’espulsione per indegnità morale dal PCI), nella pena della fuga, del trasferimento precipitoso a Roma, e del disastro economico che l’accompagna, ci sarà, insopprimibile, la felicità e la stupefazione di Roma come luogo di libertà sessuale, bordello a cielo aperto: regno e gloria di Sodoma.

Abitare Sodoma significa abitare fuori dalla città e dalla legge del padre, non integrarsi nel modello piccolo borghese della famiglia e della procreazione.

I luoghi di Roma-Sodoma si riconoscono e sono annunciati dagli odori, in primo luogo i pisciatoi: quelli, intervallati dai platani, del Lungotevere davanti a Regina Coeli, ricordati in Notti sull’Es, quelli sotterranei della stazione Termini, e poi il Circo Massimo, Caracalla, Monte Caprino, ecc.